Parole e Voci dal Sentiero dell’Inglese.

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PRIMO GIORNO
E poi nel tempo di un tratto di strada che definisce l’ultimo confine d’Italia ti ritrovi immerso nella vita delle gente.
Dentro le piccole storie di persone che hanno fatto scelte tanto semplici quanto estreme.
Siamo nell’autentico istante tra il tramonto e la notte.
Siamo elettrizzati per l’inizio di questa nuova e sconosciuta avventura.
C’è questa enorme mano di pietra a sancore il senso di questo viaggio
Una mano gigante che da millenni mostra in maniera così eclatante tutto quello che c’è da sapere.
Una mano protesa verso il cielo nascosta qui nel sud del mondo.
Una mano che dice … Toccami.
Prendimi
Accompagnami.
Non c’è bisogno di dirlo.
Io che non vedo ho lasciato alla terra le parole per dirti che ho bisogno di te.
Nascosto tra queste dita c’è un paese che è stato abbandonato e ora rinasce.
Non è merito solo dell’inglese.
E merito di Andrra, Tonino, angelo, Mario, Ines, Rossella.
E mio.
E tuo.

SECONDO GIORNO
Quella stessa mano gigante si è presa gioco di noi.
Ha intinto le dita nel mare e ci ha spruzzato l’acqua addosso per tutta la mattina della prima tappa.
Una benedizione intermittente ma senza tregua.
Per ricordarci l’importanza dell’acqua per poter fare crescere questi meravigliosi fiori, far maturare le olive e gli altri frutti.
Riempire le fiumare e spaccare la terra friabile.
Poterla incollare sotto le scarpe e appesantire i passi.
Provare a inoediri di mangiare.
Un improvvisato rifugio, pane, salame e bruschette all’olio e origano ci riportano in bocca il sapore della terra.
Come se non bastasse questa inebriante immersione nei sensi.
Ticchietta la pioggia dentro il cappuccio mentre il vento raffredda la schiena.
Intensi profumi di primavera già esplosa esaltano i colori.
Ora spenti, ora scintillanti di sole.
Sfiorano impronte di lupi le dita leggere.
Questa è la natura.
Questo è l’aspromonte.
Questo è il viaggio.
Grazie al sindaco Monorchio per averci accolto a Bagaladi e alla campionessa olimpica Anna Barbaro argento olimpico per essere venuta a salutarci.
Sono passati sette anni da quando abbiamo portato la bandiera gialla sulla cima dell’Etna.

TERZO GIORNO
C’è il tempo lento dei passi, il tempo cristallizzato del borgo di San Lorenzo.
Il suo panorama tra il mare Ionio e l’Etna, tra l’incredibile e l’oblio
C’è il tempo per scendere lungo la strada.
C’è il tempo per fare sbocciare un fiore, per cogliere un’arancia dal ramo.
Il tempo per scoprire che il giallo di oggi è tutto del bergamotto.
C’è il suo misterioso desiderio di essere solo qui.
Solo su questo angolo di terra dove si incrociano i mari e non si raffredda il vento.
Non si può trasferire un profumo.
Né con le immagini né con le parole.
È tra l’arancia e il limone e solo suo.
Per fortuna c’è ancora qualcosa di così piccolo, puro e vero come un frutto che non può avere nessuno.
Per fortuna c’è ancora Carmela.
Il suo tempo.
Lontano. Dentro la sua stessa vita.
Non so se quello che ci vuole per trasformare un telegrafo in un cellulare sia lo stesso che impiega una Panda per diventare un pollaio.
Forse non lo voglio sapere.
Voglio scivolare tra le rocce come acqua fredda.
Voglio essere forte, potente e spazzare via le pietre.
Voglio prendermi gioco di voi e portarmi via uno scarpone.
Mi basta qualche metro, giusto il tempo di farvi divertire.
Fino alla fine del giorno.

QUARTO GIORNO
È la festa del papà.
Partiamo così.
Con un augurio ai nostri papà.
Sono loro che ci hanno trasmesso la vita, il gusto sincero del vino.
Ci hanno insegnato qualcosa di silenzioso.
Atavico.
Attraversando un fiume di pietre, le stesse di ieri, ritrovo quell’antico amore per gli alberi.
Anche se questi non li conosco.
Ritrovo un cestello di lavatrice che mi ha fatto sorridere.
Scorre nelle vene dei padri quel suono primordiale.
Lo tramandano a noi senza dire niente.
Un vecchio che ascolta il fiume ha lo stesso amore di un pescatore, di un marinaio, di un montanaro, di un falegname o di un contadino.
Scorre questa vena d’argento.
Segna la valle, la divide e la unisce.
Scorre verso il mare.
Profondo blu all’orizzonte.
C’è tutto in questo Aspromonte.
C’è la Grecia.
Chi l’avrebbe mai detto.
Siamo in un angolo di Italia che sa di Grecia.
Nella lingua, nelle tradizioni e nelle preghiere.
Non basta Gallicianò a raccontare tutta questa storia.
È troppo piccolo.
È rovente anche d’inverno.
È il ritrovo di Vespe che corrono ancora.
Scendono e salgono per la festa e, ancora, per i padri.
Cercavamo angoli di mondo nascosti.
Eccoli.
Sopra questo spicchio dinrkcciay che separa le anse della fiumara mi sale la commozione per la visione corale di un biancone con una biscia nel becco.
Vola nel cielo azzurro.
Tra nubi e silenzio.
È un dono.
Non si riesce a dire tutto.
Ci sarebbe il sapore della zuppa, di cicuto e di acqua dell’amore.
Vorrei sapere chi vincerà questa gioco di sensi.
Lo faremo decidere ai canti.

QUINTO GIORNO
Prometteva bene l’alba.
Dolce, silenziosa e pulita.
Era quel raggio di sole che arriva da dietro.
Quello che si dovrebbe guardare quando sorge il sole.
Quello tangente e tenue sulla cresta dei monti.
Ma c’erano i presupposti per un rapido cambiamento.
Per farci comprendere l’azzurro della Bova di Edward Lear.
Ora lo sappiamo che questo borgo è del cielo.
È sulla cima di una roccia, sospeso tra le nuvole.
Dentro le nuvole.
Si doveva vedere il mare, la fiumara completa di tutte le curve, l’Etna e pure Siracusa.
Non si vedeva niente.
Nessuno, per una volta, ha visto niente.
Che peccato.
Ma è solo un paesaggio che comunque potresti tornare a vedere.
E noi non lo vedremo mai.
Lo dobbiamo immaginare oggi e domani e sempre.
Non abbiamo scelta.
È triste quanto reale questo pensiero.
Ma se non puoi vedere il paesaggio, se non puoi scattare le foto, se non puoi perdere lo sguardo verso l’orizzonte non ti resta che guardare quei pochi metri di lattiginoso bagliore e ritrovare te.
Solo te.
Il tuo tentativo di solitudine e il suono dei passi.
Bisogna guardarsi dentro per distillarlo, separarlo da tutto.
Restano boati e campane.
Il freddo non è sufficiente per congelare tutto.
Meglio così.
C’è il calore del fuoco e la carne alla brace a trasformare la magia in una festa.
Immersa nel bosco tra Nduja e formaggio.
La visita di Bova, delle sue chiese e del museo completano un giorno che sa ancora di Grecia, di vicoli e di Santi.
Non li abbiamo pregati perché ad orchestrare il rito ci sono Angelo, Tonino, Biagio, Francesca, Santina, Mario, Andrea e pure Saverio.
Questi nomi sono più importanti delle statue e delle pietre.
Questi nomi scaldano il cuore.
E pure il collo.

SESTO GIORNO
È primavera.
Basta guardarsi intorno.
Milioni di fiori di tutti i colori.
Inebriante.
Il profumo di arance appena colte dall’albero è quasi violento.
È primavera per l’alloro, l’origano e l’olivo tagliato di fresco.
È primavera per lo sciame di api, per il pesco, il ciliegio e il pero.
È primavera tutt’intorno e nel concerto d’uccelli al tramonto tra questi intonaci decadenti.
Un’esplosione silenziosa durata un inverno.
Forse solo un giorno.
Questo.
Non so che ore sono.
Non lo so mai e forse per questo non parte mai quel treno.
Un treno che sarà di farfalle, sarà di noi che proviamo a chiudere gli occhi e capire come si fa.
A camminare con i piedi che si appoggiano sul buio e sulla paura che arrivi.
Se mancano i toni del rosso li ritroviamo nella Nduja e il vino di Palizzi.
Ma è nella soppressata che ritrovo un altro inestimabile valore di Calabria.
Vorrei sapere cosa c’è tra questa salsiccia e una lettera che arriva da lontano consegnata da un postino che chiamano u Stiratu.
Devo cercare nelle vite degli altri.
Oppure accorgermi che questo paese, questa stanza e questo viaggio non sono soltanto un assaggio di altrove.
Io sono anche questo viaggio.
Io sono anche questo cammino.
Essere in viaggio non significa essere solo spettatori di quello che accade qui.
Significa essere qui.
Forse per poco tempo.
Troppo poco.
Comunque uno dei giorni di Silvana.
Ecco.
Silvana e Musolino U ‘re i l’aspromonti sono l’involontaria risposta alla mia domanda latente.
Perché?
Forse lei o lui non se lo sono mai chiesto.
Andava soltanto fatto.
Come un cammino.

SETTIMO GIORNO
È finito un altro straordinario cammino.
Quello su Il Sentiero dell’Inglese
Siamo venuti qui in questo angolo di profonda Italia per incontrare qualcosa di autentico, di vero e di umano.
Lo abbiamo trovato.
La sindaca di Staiti ci è venuta incontro proprio nel tratto più impervio di tutto il cammino.
Un sentiero a mezzacosta immerso nell’entroterra selvaggio.
Tra tracce di lupi e cinghiali cercavamo di camminare attenti ad ogni passo.
La vista sul mare, su Bova, su Pentedattilo e sull’Etna non bastano a lenire la malinconìa.
Ci sono persone aggrappate alla bellezza che cercano di resistere contro il logorio del tempo e il richiamo della vita agiata.
Vespe traballanti e insegne di altri tempi catalizzano la lentezza.
Noi che abbiamo camminato su questa terra ora possiamo dire di averla conosciuta e di averne accarezzato l’anima.
Mentre il treno corre veloce verso nord saluto con lo sguardo quel che sparisce di Sicilia.
Come un parafulmine capto energie dal cielo e le distribuisco a quelle mani che mi hanno abbracciato per l’ultimo saluto.
È sempre difficile mettere la parola fine.
È difficile.
Ritrovo la calma nel silenzio assoluto del sole sul mare incorniciato da un pesco rosa che ieri spingeva la luna tra le nuvole.
Piena.
Lucente.
Brillava come il cuore di chi ha fatto l’ultimo brindisi.
Dentro un bar aperto per noi.
Dentro un paese che oggi torna al suo ritmo.
Lieve.
Grazie Andrea Laurenzano di Compagnia dei Cammini per aver accettato questa sfida nuova.
Grazie per la sensibilità spontanea.
Grazie Tonino Angelo Mario, Roberto e tutti i ragazzi di Naturaliter – Trekking ed Ospitalità Mediterranea
Grazie ad ognuno dei partecipanti per aver scelto questo viaggio e aver colto la leggerezza che cerchiamo di mettere nella vita.
Grazie Aspromonte.
Grazie Edward Lear.
I sentieri non li hai inventati tu ma hai dato un pretesto per ripercorrerli e trovare la stessa meraviglia. Oggi sappiamo dov’è.
E sappiamo dove dobbiamo tornare.

POESIA DI ELISA R.
ho trovato una rosa
è fiore, odore, colore.
è la forma delle fiumare, frastagliata e labirintica
l’acqua scende da petali di pietra, rosa nel sopra.
spine, punte di tegole appese al cielo.
rosa chiamata in un tempo, in tutti i tempi. cercata sempre, abbracciata mai.
foglie secche danno il ritmo
campane gridano al sole che gira per tutto il mondo.
trova tu la mia rosa
Io sto nel freddo dell’acqua,
accarezzando una pentola vecchia piena di vuoto e dei cibi passati,
di mani e di voci, di sogni e di visioni
tornando da un passo libero ad un altro, non dimenticarmi di te-

VOCI IN CAMMINO

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