I ciechi vivono una realtà diversa?

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Poiché i ciechi sono costretti in qualche modo a leggere la realtà usando mezzi secondari, come il testo scritto o quello parlato, sono estraniati dalla realtà, secondo vari gradi di estraniazione, provando difatti per essa meno empatia?

La domanda la pone Giuseppe di Grande, all’interno del gruppo Facebook CiecandoScherzando.

Risponde così Massimo V.

È una domanda difficile, Giuseppe. La questione è complessa. Io direi che l’empatia non ha tanto a che fare con il veicolo che convoglia l’informazione, ma con la disponibilità dell’informazione. Allora, nella misura in cui la comunicazione si allontana dalla parola e diventa immagine, è evidente che la disponibilità di informazione diminuisce. Però, portando la riflessione su un altro livello, mi viene in mente che, in greco antico, logos è sia pensiero che parola: cioè, il pensiero esiste nella misura in cui s’articola in parole; senza parole, non c’è pensiero e non ci sono nemmeno concetti in quanto tali. Non so se hai mai sentito parlare dei così detti “bambini-lupo”, quei bambini che hanno dovuto sopravvivere in natura. I casi non sono molti e quelli studiati rigorosamente sono ancora meno. Però, il tratto comune che questi riportavano, se e quando ri-socializzati, era il fatto che, prima dell’acquisizione del linguaggio, il loro era un pensiero meramente concreto.

L’immagine non presuppone parole o una sua concettualizzazione ed è possibile che possa causare una risposta emotiva meno mediata.

Ma è questa “empatia”?

L’empatia non è piuttosto una risposta emotiva profonda determinata o comunque condizionata da una rielaborazione interiore? Se questo è il caso, allora torniamo al punto d’origine. Se la narrazione del mondo si sposta prevalentemente sull’immagine senza che ad essa s’accompagni un racconto strutturato per parole, evidentemente chi non vede non può empatizzare, semplicemente perché non ha nulla con cui farlo.

Ma, in un simile contesto, è chi vede davvero in grado di provare empatia?

Io questo non lo so, ma ho qualche dubbio in merito. L’empatia è un processo complesso, per realizzare il quale ci va tempo ed energia. Occorre che l’impressione, quale che ne sia il veicolo, abbia il tempo di sedimentare ed essere elaborata. Se il mondo non fa altro che proporti impressione in una successione tachistoscopi ca, via una dentro l’altra in una processione vertiginosa per varietà, quantità e velocità, non è affatto detto che chi vede abbia maggior modo di provare empatia rispetto a chi di stimoli ne riceve meno: il rischio è, anche per chi vede, di ritrovarsi a reagire superficialmente e sempre più torpidamente a stimoli troppo veloci, vari e abbondanti per essere realmente processati. Alla fine di tutto, so di non averti risposto.

Continua Giuseppe.

Senz’altro Massimo, per avere empatia è necessaria una elaborazione cognitiva, elaborazione che avviene attraverso le informazioni introdotte dai sensi. La mia riflessione scaturisce da me stesso. Per l’ennesima volta non sono più di tanto coinvolto emotivamente di fronte a una tragedia. Più che essere colpito dall’emozione del momento, sono più incazzato politicamente per il comportamento generale degli esseri umani. Ciò l’ho avvertito per il ponte di Genova, per la caduta delle torri gemelle, per lo tsunami del 2004. Le immagini che conosco e che mi hanno coinvolto emotivamente e direttamente hanno avuto in me più impatto rispetto alla narrazione che leggo o ascolto da cieco, che non ha mai quell’impatto emotivo che mi aspetterei da una catastrofe o da una tragedia.

 

Voi cosa ne pensate?

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