Isola Margherita, Budapest, Agosto 2013.

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L’ho deciso lì il titolo di questa storia, seduto al tavolo di un ristorante immerso nel parco dell’isola. L’ho detto a voce alta, prima di un discorso tanto acclamato quanto io fossi desideroso di farlo.
Ho sentito il peso di questa didascalia, come se fossi già consapevole dell‘importanza di quel momento e avessi bisogno di collocarlo. L’ho percepito come fosse già una foto ricordo di molti anni fa. Una foto importante, scattata sapendo che l’avrei appesa tra le pareti del cuore.
Eravamo seduti a un tavolo sistemato appositamente nella zona più luminosa del locale, al termine di una bellissima cena. Noi, VIP d’Europa.
Dodici ragazzi, sei nazionalità. sette partecipanti di The Visionary Europe, tre trainer, due amici di Budapest che ci hanno aiutato durante il soggiorno.
Ai numeri del gruppo vanno aggiunti i due appartamenti affittati, le migliaia di chilometri che ognuno di noi ha percorso per essere li, quella sera, insieme.

Dopo nemmeno quattro mesi dalla fine del workshop che si è tenuto a Berlino a Maggio, abbiamo già organizzato il primo raduno. L’idea era quella di stare assieme, di conoscersi meglio e di provare a ricreare l’energia e l’atmosfera di quella settimana di lavoro.
Il contesto era diverso, la città era diversa, ma forse non la motivazione.
Ognuno di noi era lì per provare, ancora una volta, a vivere con altri ipovedenti, per conoscere ancora più a fondo il modo di affrontare la vita quotidiana e per mettersi nuovamente alla prova in un fuori dalla sicurezza del proprio territorio.

Budapest è una città meravigliosa, ma forse non è tra le più accessibili d’Europa. Con l’aiuto di Zsuzsa, cara amica di Nelli, siamo riusciti a muoverci nella città senza dover cercare le direzioni, senza doverci preoccupare di quali mezzi prendere, se non goderci le passeggiate.
Se penso a quante cose siamo riuscito a fare in 48 ore…
La visita alla Sinagoga, il giro in centro, il giro in barca sul Danubio (come poteva mancare!!!), il giro in risciò, le notti in discoteca, il castello e il labirinto sotterraneo di Buda, i bagni termali, i pranzi e le cene insieme, …

Forse la sequenza di foto pubblicate sulla pagina facebook di Noisyvision può dare un’idea dell’atmosfera e della coesione del gruppo. La si legge nei volti, si sente nelle risate che rimangono silenziose fuori dai sorrisi immortalati in qualche fotogramma. Un weekend fatto di parole, racconti, ma soprattutto di quei momenti leggeri che si vivono in viaggio.
Io non credo che nessuno di noi abbia mai temuto di potersi perdere, di non sapere dove andare. Eravamo tutti disposti ad aiutarci, a sostenerci, ad aspettarci.
Io per primo non volevo entrare nel labirinto. Sapevo che avrei trovato cunicoli bassi, umidità, gradini, buio.
Ed è stato molto peggio di quanto pensassi. Ad una situazione ambientale che di per sé non è l ‘ideale per un ipovedente, si è aggiunta la musica da opera diffusa per tutti i corridoi. Si spandeva un eco quasi spettrale, che mi riecheggiava nel petto come un suono di tenebra, in un misto di storia e respiri primordiali. Ma, ovviamente, mi sono divertito.

Se da un lato l’esplorazione di Budapest sul modello di quella metodica svolta a Berlino ha lasciato il posto ad una visita più blanda non sono mancate le occasioni per confrontare l ‘accessibilità delle due città. Le righe bianche su tutti i gradini delle scale mobili segnano un punto a favore di Budapest, così come il profilo tattile di bronzo, per poter toccare la skyline di Buda dalla sponda del Danubio di Pest. Le linee guida sulla pavimentazione della metropolitana sono diverse da quando io abbia visto finora, perché anziché essere in rilievo, sono scanalature sottili scavate sul pavimento: meno sensibili con i piedi, ma facili da seguire con il bastone bianco.

I mezzi di trasporto e le banchine delle stazioni, tuttavia, sono molto meno accessibili. Gradini a volte altissimi, altre volte non segnalati da un opportuno contrasto di colore. Piste ciclabili inesistenti, pulsanti ai semafori… non credo di averne visti. Ma si sa, questi sono i classici problemi delle vecchie città.
Tutto è stato costruito nel corso dei secoli e senza un disegno complessivo.
Come si potrebbe fare per migliorare a piccoli passi?

In ogni caso i Visionari non si fanno mancare il giro in barca. Per quanto qualcuno avesse lamentato che un giro in barca non permette di “sentire” la città, siamo recidivi, ci piace vedere le città dal loro livello più basso, forse sentire il movimento dell’acqua, forse scorgere un ponte da lontano. CI piace spostarci sui fiumi e magari questo potrebbe essere il filo conduttore delle prossime tappe.
Navigheremo sulla Senna, sul Tamigi o magari ancora sul Danubio? Perché non sul Tago? O magari sul Tevere, sull’Arno, sul Po. In qualche modo per un ipovedente è il modo più facile di spostarsi. Non ci sono gradini nè merde di cane, una birra ghiacciata in mano e lo scenario che scorre.

Dove vogliamo gettare la prossima ancora?

A prescindere dall’acqua una cosa è certa: i visionari vogliono continuare a scoprire, a vivere in altri luoghi d’Europa, magari, un giorno, in qualche altro angolo della Terra.
Vogliamo viaggiare, stare insieme e sentirci liberi. Toccare il mondo e prenderne quei pezzi che gli occhi non vedono.

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