Riflessioni di una partecipante alla vigilia di “In Montagna Siamo Tutti Uguali”

Ci siamo quasi. Qualche ora e si parte. E sono settimane che cerco di “prepararmi”. Mi alleno, chiedo consigli alle amiche esperte di trekking, sbircio qua e là in cerca di informazioni utili e respiro cercando di visualizzarmi nel cammino. E qualcuno accanto a me sorride e ironicamente mi ricorda che “Non stai mica andando in capo al mondo”. E in effetti ha ragione, Firenze non è Katmandù,  l’Appennino non è l’Himalaya, non è previsto alcun pernottamento in grotte del Paleolitico, e non dovremo esibire passaporti o visti internazionali. Ma allora dov’è la ragione per questa specie di serena agitazione? Quale il motivo logico per questa buffa frenesia da trasferta intergalattica?

Tuffo le mani nel borsone e ripenso alla preparazione dell’inter-rail in Spagna, allo zaino per andare in Irlanda, ai treni dell’Inghilterra e alla valigia per i campi di lavoro sulle terre confiscate alle mafie.

Alla vigilia dei miei viaggi, per semplici o brevi che fossero, ho sempre avvertito una certa tensione. Le domande sono sempre più o meno le stesse: “Cosa porto con me? Cosa lascio a casa?

Quesiti tutt’altro che banali. In fondo sono le stesse domande che dovremmo porci ogni mattina, quando un nuovo giorno si presenta a noi e promette un arcobaleno di avventure.

Mentre riempio lo zaino con cappello, borraccia, salviette disinfettanti, spray repellenti contro gli insetti e altri accrocchi da montanara della domenica, rifletto su quanto siamo disabituati a stare nella natura e a quanto complicato diventa l’adattamento. E’ paradossale: mi preparo a camminare nella bellezza e a riconnettermi con l’essenzialità, e allo stesso tempo rincorro tessuti tecnici e prodotti chimici per stare bene. Forse dopo sette giorni di cammino l’insolvibile paradosso si trasformerà in qualche risposta. O forse tornerò a casa e scuoterò la testa, perdonandomi di quante cose inutili ho portato con me. O forse la testa la scuoterò prima, quando lungo il cammino realizzerò di aver dimenticato qualcosa di fondamentale. Fondamentale?

In tutta questa frenesia, che stavolta ha il sapore di una risata e di mille immagini sfuocate di ciò che sarà, c’è la consapevolezza che ogni viaggio  di per sè ti cambia. Perchè il nuovo che vivi ti entra dentro e lascia le sue tracce. Quando si parte, niente resta come è. E quando si torna, ci si ritrova diversi, nuovi, forse un po’ estranei rispetto a come ci si sentiva prima di partire. Inutile negarlo. Questa inquietudine ha il sapore della consapevolezza che nè io nè niente altro sarà come è ora. Certo, tornerò a casa, tra i miei profumi, le mie abitudini e le mie novità. Ma non sarà uguale. Ogni viaggio è una conquista, una consapevolezza in più, un’idea che muta e una percezione diversa. Niente resta uguale.

 

E in questa novità che mi aspetto e in cui spero, tanto giocano gli incontri. Viaggiare è scoprire la bellezza intorno a sè, che sia bosco o prato o che sia una città mai vista. Ma è anche incontrare persone, specchiarsi in sguardi e voci nuove, lasciarsi attraversare da racconti e parole, riscoprirsi in un sorriso, ricaricarsi in una risata, rinascere in una lacrima condivisa e – forse chissà – unirsi in un abbraccio.

Che suono avranno le altre  voci? Che volti avranno i compagni di viaggio? Che rumori ci circonderanno? Che profumi e odori ci si appiccicheranno al naso? Quali alberi incontreremo e quali cortecce sfioreremo con le dita? Quanta bellezza saremo capaci non solo di vedere, ma di sentire dentro di noi?

Dondolo tra un’immagine e l’altra, tra una fotografia non ancora scattata e i profumi che ancora non conosco. Mi perdo tra la voglia di non aspettarmi niente e la curiosità di sbirciare in un tempo che ancora per poco non mi appartiene.

Le mie domande accompagneranno i miei passi. Forse tra pioggia e sole troveranno risposta.

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