Lettera ai Partecipanti di In Montagna Siamo Tutti Uguali III

Carissima, Carissimo
scrivo questa lettera quasi per un bisogno personale di ricreare un momento di intima connessione con te, che hai condiviso questo cammino, o parte di esso, con me, con noi.
Ci sono esperienze nella vita, che rimangono per molto tempo, che sonopiù’ forti e intense di altre.
Son certo che questo cammino sia una di quelle.
Ricordo di averlo detto all’inizio in quel bar di Piazza Maggiore, che questo non è solo un trekking, ma un cammino. Ora credo che la differenza sia chiara a tutti.
Il cammino comprende tutte le componenti del viaggio, il trekking, forse è la traduzione di spostamento a piedi.
Al di là dei termini e delle definizioni, abbiamo condiviso un’avventura, nel vero senso del termine. una di quelle che quando le sentiamo raccontare vorremmo che fosse capitata a noi.
Forse qualcuno non avrebbe mai pensato di essere un avventuriero, ma oggi potete mettervi questa medaglia sul petto.
Anche se non eravamo nella giungla amazzonica, o nelle paludi del Mekong, abbiamo incontrato talmente tante condizioni diverse che non sembrava nemmeno Italia, nemmeno primavera.
Tutte le stagioni in pochi giorni, anche in uno stesso giorno.
Complici queste condizioni, quelle dei giorni precedenti che hanno allagato i sentieri a lato del Reno, abbiamo avuto la fortuna di poter godere di uno spettro molto ampio di sensazioni, date dal sole, dalla pioggia, dal vento, la neve e il fango.
Insomma, se doveva essere un ‘esperienza sensoriale non si poteva chiedere di meglio.
Il fatto che sia andato tutto liscio, non è scontato.
Dietro quello che sembra tutto fluido ci sono delle scelte. Della guida e di chi la sostiene.
Ci sono gli accompagnatori, che sono persone delle zone limitrofe e quindi oltre che essere dei preparati camminatori, sono anche connessi con la zona e trasmettono quel senso di sicurezza che indirettamente si respira nel gruppo.
Tutto questo non è scontato.
E’ frutto del lavoro di diverse edizioni di questo progetto, con alle spalle Appennino Slow, che da anni lavora su questo sentiero.
E non è scontato che il gruppo fosse così affiatato, bello, coeso.
Chi sceglie di camminare sicuramente ha una marcia in più, ha voglia di mettersi in  gioco, di uscire dalla propria zona di comfort, ha voglia di “sentire” la vita sulla pelle.
Questo è un’ottima premessa.
Ma ogni individuo è un mistero a sè e sopratutto cambia in relazione a chi sta intorno.
Non potevamo sapere quali sarebbero state le nostre reazioni in quelle condizioni e nemmeno con le persone che c’erano attorno a  noi.
Ma questo è stato.
Questa è la storia che ci è dato custodire nel cuore e nei ricordi.
Quello che diventerà lo scopriremo nei mesi e anni a venire.
Come avete potuto notare alla cena da Albergo Poli e in altre occasioni, il giallo di #YellowTheWorld ha davvero il potere di contagiare, perché anche se è un colore primario sembra fatto di moltissimi ingredienti.
Quando mi esce quel grido, dentro ci metto la passione per la vita, l’ottimismo, la gioia, l ‘energia, la bellezza. Anche se tutto nasce da un’idea di visibilità e Accessibilità, sono queste le declinazioni di questo urlo.
E se vogliamo continuare co0n le metafore, il giallo è il colore visibile dei ranuncoli sui prati verdi, delle ginestre ai bordi del sentiero, delle corolle di tutti gli altri fiori, ma anche tutto quello che ho elencato poco fa merita di essere visto, di essere visibile da lontano, irradiato dai nostri sorrisi.
Si vede nelle foto e nei video, lo dico anche per chi non lo vede.
Abbiamo sempre espressioni rilassate, serene.
Non si vede nemmeno la tensione di fronte a un ostacolo
Siamo immersi nella melma marrone e sorridiamo, a tratti forse ho addirittura sentito cantare.
Abbiamo scelto di goderci questa esperienza fino in fondo, abbiamo scelto di farci contagiare dalla vita.
Abbiamo portato una bandiera, anche questo lo dicevo che in alcune situazioni sarebbe stata un impiccio (ho immagini di Nicoletta con una mano che stringe la bandiera, l’altra che sostiene Stefania). Non è solo un atto comunicativo. E’ un modo per sentire che apparteniamo. Come dei patrioti, come dei guerrieri.
C’era sempre nelle battaglie lo stendardo.
Ci sarà anche in questa nostra battaglia.
Sia con la vista, con l’udito, con qualsiasi altro limite, portare una bandiera significa cercare di guardare oltre, che non è necessariamente superare il limite, ma anche accettarlo, comprenderlo, riconoscerlo.
Sono tanti i momenti che mi piacerebbe ricordare, forse i racconti del reportage giornaliero ci aiuteranno a memorizzare qualche dettaglio, Ma nessuno, se non voi, saprà cosa vi hanno detto quei passi solitari, in silenzio.
Cosa avete sentito mentre la pioggia cadeva sui vostri cappucci sotto le pale eoliche.
Cosa vi hanno detto i lupi, cosa vi ha detto l’acqua copiosa dei torrenti.
Cosa vi ha detto il sole, il cielo blu.
Lo sapete voi.
Ma io sono sicuro che in quel cerchio, con le nostre mani nelle mani, con una fortissima energia che scorreva e scorreva e scorreva, io ho sentito amore.
Che sia stato suggellato da due anelli di erba è un gesto per dare un nome all’ amore, che spesso identifichiamo nel sentimento tra uomo e donna.
Ma non c’è altro modo per definire quel’istante.
un cerchio giallo sull ‘erba alta, tra gli ulivi e la vista sulle colline. Le nuvole bianche per dare una dimensione al cielo.
Quell’istante, custodiscilo.
E’ un tesoro, un regalo che ti sei fatto e che gli altri hanno fatto a te.
E’ un cerchio anche quella danza antica che ci faceva ridere e ballare.
Una tradizione con rivisitazione moderna.
Ma è da questi cerchi che ripartiamo, e continuiamo.
A ballare e a vivere
Vi Abbraccio forte

Dario

A questo link trovate i racconti completi tappa per tappa con i video delle singole tappe.
 

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