Nell’universo parallelo dei sordi. Ascoltare il suono del mondo con orecchie diverse

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L’Espresso del 27/09/2020

Giornata mondiale dei non udenti. Un fotografo e uno scrittore entrano nelle loro giornate. E nella loro sensibilità speciale di cogliere ogni vibrazione della vita.

Entrare nel mondo dei sordi è entrare in un universo differente, abitato da persone che vivono e sentono il mondo in un altro modo. Noi, gli udenti, diamo un grandissimo valore al suono. Gli antropologi raccontano l’inizio del vivere sociale dicendo che è proprio all’udire del verso minaccioso delle belve che gli uomini decidono di riunirsi, per meglio difendersi. E ancora ci raccontano che è al risuonare del proprio nome nella voce della mamma che un bambino forma la coscienza di esistere. I sordi sono fuori da tutto questo. Il mondo degli udenti è regolato da norme sociali, da significati condivisi che passano per i suoni, che una persona sorda impara ad apprendere soltanto per imitazione. È la fotografa sorda Eleonora Rettori a spiegarmelo, con un esempio: «Noi sordi impariamo che di notte, a casa, quando gli altri dormono, i movimenti devono essere delicati, non è possibile giocare facendo rumore. Mentre per voi questo è naturale, per noi è un costrutto sociale che va appreso per essere accettati». Le fotografie di queste pagine, firmate da Valerio Bispuri, vanno proprio in questa direzione: ci mostrano che il mondo dei sordi non è un sottoinsieme del nostro, costituito da una minoranza silenziosa, ma è un mondo tanto quanto lo è il nostro, con le stesse esigenze, gli stessi diritti, le stesse gioie e le stesse paure. È, quello dei sordi, un mondo che a quello degli udenti si affianca per potenza immaginativa, innanzitutto. Noi udenti crediamo nel Vangelo di Giovanni, che ci ha insegnato che “In principio era il Verbo”. Ma il Dio che l’ha postulato, viene da dire, doveva essere un Dio udente. È la stessa formulazione che ritroviamo in “Sul romanzo” di Elsa Morante: «Non si può trasferire o travisare il valore della parola, giacché le parole, essendo i nomi delle cose, sono le cose stesse. Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa». Ma una rosa per essere una rosa non ha bisogno per forza della parola che la dice e di un orecchio che la ascolta; una rosa è una rosa anche con un altro segno che ne diventa il simbolo: per esempio le dita di una mano che si aprono e si chiudono a punta davanti alla bocca. E una rosa rossa è quella stessa mano che si apre e si chiude seguita dal segno dell’indice che pizzica il mento all’ingiù. Una rosa è una rosa anche nella lingua dei segni. E non è neanche che questa lingua di segni sia una supposta lingua universale, primigenia, come avevano creduto gli studiosi della sordità nel Settecento, sulla scorta dello speceium sognato da Leibniz. Perché le lingue dei segni sono tante quanti sono i Paesi del mondo, come lo sono le lingue parlate, e anche all’interno delle lingue dei segni ci sono i dialetti, le differenze, le sfumature.

La verità è che il mondo dei sordi, che utilizzino la lingua dei segni oppure no, dà una visione completa e alternativa del mondo tutto. I sordi osservano il rumore, e tutto quello che gira intorno al rumore per loro è silenzio e solitudine. È difficile immedesimarsi nella sordità per chi sordo non è. Mentre per la cecità basta chiudere gli occhi, per il mutismo basta non parlare, un udente non riuscirà mai, per quanto si turi le orecchie, a generare una sordità profonda. Comunque su consiglio di Ilaria Galbusera, capitana della nazionale italiana di pallavolo Fssi (Federazione Sport Sordi d’Italia), infilo i tappi nelle orecchie e le cuffie antirumore, per simulare per quanto possibile la sordità, e cammino per Milano. All’inizio mi sento perso, la tentazione è quella di chiuderla subito lì. Ho paura ad attraversare la strada; improvvisamente la vista, che ho sempre creduto essere il mio organo principe, non mi basta più. Senza udito è come se non mi fidassi più neppure di quello che vedo. Sono proprio certo che non stia passando nessuna automobile mentre attraverso? Mi blocco, vengo preso dal panico. La sordità, capisco, si integra malamente con la città. Mi dirigo alla stazione, ho da prendere un treno per incontrare Silvia, una logopedista che lavora con bambini sordi. Sono mille i bambini che ogni anno nascono sordi, in Italia. Di nuovo, alla stazione, mi trovo isolato in mezzo a un fiume di persone. Nella piazza antistante, due ambulanze arrivano di corsa, raggiungendo alcune volanti della polizia: non le avevo sentite. Sul binario, mentre aspetto il treno, chi è insieme a me all’improvviso scuote la testa e se ne va. Rimango solo. Dopo un po’ mi viene il dubbio e controllo il cartellone. Il mio treno è stato spostato al binario 10, avevano annunciato il cambio solo tramite gli altoparlanti, ho rischiato di perderlo. Il primo approccio alla sordità è forte, mi espone drasticamente alla mia fragilità. Poi, sul treno, accade una cosa impensabile: inizio a sentire il mio respiro, da dentro, come fossi immerso nell’acqua di una piscina. Anche questa è una sensazione inedita. Mi concentro sul respiro, e tutto il resto improvvisamente viene immerso in una luce diversa, più limpida, più luminosa, più chiara, più pacifica. Non sento i binari, non sento la gente che parla ad alta voce, non sento chi parla al telefono. C’è un mondo diverso dentro il limite di questo silenzio, dentro questa mancanza di suono. Silvia, la logopedista, mi dedica una mezzora prima di ricevere il primo bambino. Anche lei è sorda profonda, cresciuta con la lingua dei segni italiana da cui poi ha imparato l’italiano parlato, e adesso si dedica a parlare l’italiano ai bimbi che hanno fatto l’intervento per l’applicazione della protesi acustica. Nel suo studio tiene un grande pianoforte, su cui fa sdraiare i bambini per far sentir loro, in tutto corpo, le diverse vibrazioni delle corde, oltre alle vibrazioni di tutta un’altra serie di oggetti. Ogni cosa che emette un suono, infatti, emette una vibrazione. Chi non sente il suono può però sviluppare un’enorme sensibilità nel percepire la vibrazione. Così, è vero che un sordo non potrà mai sentire una musica con le orecchie, ma sentirà che le vibrazioni di un’arpa – con quel ritmo, quegli intervalli, quella frequenza, eccetera – sono diverse da quelle di un tamburo. A rigore, quindi, non è vero che un sordo non sente la musica: la sente in maniera differente. Me lo spiega anche Gloria di Pietra di “Coda” (Children of Deaf Adults), figlia udente di genitori sordi, parlandomi di uno dei pochi ma gloriosi passi avanti fatti nella direzione dell’accessibilità ai sordi: per la prima volta quest’anno il festival di Sanremo ha avuto, su Raiplay, la traduzione delle canzoni nella lingua dei sordi, la Lis, e molti sordi si sono emozionati, davanti alle esecuzioni. Con il Covid, mi spiega poi Gloria, per i sordi è un disastro. Per loro tutti sono diventati muti: le mascherine, infatti, coprendo le labbra, impediscono loro di partecipare a una conversazione. Antonietta, un’altra signora sorda con cui ho avuto una videochiamata, mi dice che si sta battendo per le mascherine trasparenti. Per i sordi le videochiamate sono state una rivoluzione: possono comunicare a distanza, con tutti, udenti (leggendo il labiale) e sordi (con la lingua dei segni).

Silvia, la logopedista, prosegue, e mi spiega che ogni segno della lingua dei segni corrisponde a una parolina. Per esempio il segno con cui si fa una sfera con le due mani diventa nel bambino il concetto della palla, che poi diventa la parola “palla”, prima imparata e poi letta. In una fase successiva la combinazione di segni diventa combinazione di parole. Per esempio: il suo “segno-nome” – Silvia unito alle dita che fanno due cerchi, a indicare gli occhiali che porta sul naso (ognuno, nella lingua dei segni, ha un segno-nome, un nomignolo che si adatta soltanto a lui) – seguito dal gesto di spingere l’aria con la mano destra più il segno della palla diventa: «Silvia vai a prendere la palla». Per imparare la pronuncia delle consonanti, poi, i sordi usano gli altri sensi, che normalmente hanno più sviluppati degli udenti. La vista si utilizza per la lettura labiale. E poi c’è il tatto, che misura le vibrazioni. La “m” di mamma, per esempio, è una mano appoggiata sulla guancia mentre viene pronunciata la parola “mamma”. La “l” è visivamente facile, perché si vede la lingua appoggiata sul palato. La “s” e la “z” sono le più difficili da vedere, da pronunciare e da percepire. Per la “r”, dice, normalmente usano dei giochini, o delle macchinine, che passiamo sul corpo dei bambini, facendo loro emettere il suono della “r”, come fosse il motore. Anche Ilaria Galbusera è sorda profonda dalla nascita, le mancano le cellule cigliate all’interno della coclea, responsabili della trasmissione delle informazioni acustiche al sistema nervoso centrale. È nata da una madre udente e da un papà sordo, ha i nonni materni sordi e quelli paterni udenti. I suoi genitori hanno scoperto la sua sordità quando aveva sette mesi, erano in montagna, in un paesino in provincia di Bergamo. Si trovavano sul sagrato di una chiesa, quando all’improvviso le campane hanno spaventato tutti. L’unica a rimanere impassibile era stata lei. Forse è per questo, scherza, che è sorda come una campana. Ha ragione, Ilaria, a dire che la sordità non è una malattia. La malattia ha una connotazione negativa, dice, mentre la sordità è un limite e una mancanza, e il limite è fatto per essere superato, una mancanza colmata. «Spesso le persone che mi sentono parlare credono che io sia straniera, francese, o inglese», dice. «Ma la cosa più assurda è che ho l’accento bergamasco». Ilaria mi dice che l’Italia è l’unico paese europeo che ancora non ha riconosciuto ufficialmente la lingua dei segni, violando la convenzione Onu del 2006 sui diritti delle persone con disabilità. Non è soltanto una formalità, il riconoscimento della Lis garantirebbe ai sordi la piena libertà di scegliere come comunicare, e di avere un effettivo accesso all’informazione, all’istruzione, ai servizi sociali, ricreativi, lavorativi, eccetera. L’università, la scuola, la tv (in Italia è senza sottotitoli), le dirette dei tg, gli aeroporti, le stazioni (come anch’io ho sperimentato), gli ospedali, gli uffici, gli ascensori, i cinema, i teatri… Tutte queste cose, e molte di più, per un sordo sono inaccessibili. Sarebbe ora che l’Italia, come gli altri Stati, riconoscesse questa minoranza che con la sua visione del mondo arricchisce la nostra. Ilaria, che gira le scuole per parlare dei sordi, mi racconta della domanda che una volta le ha fatto un bambino di 9 anni. Se inventassero una pillola che eliminasse la sordità, le ha chiesto, tu la prenderesti o no? Lei ci ha dovuto pensare, ha dovuto pensare alla logopedia che faceva da piccola, alle protesi enormi che le facevano le orecchie a sventola, alle serate a piangere e a chiedersi se ce l’avrebbe fatta, alle delusioni dell’adolescenza, quando rifiutava la sordità, poi ai primi traguardi, al sentirsi diversa, alle sofferenze, alle conquiste. Alla fine, a quel bambino, ha risposto di no.

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