Malerweg, in cammino alla conquista del pittoresco.

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Dario salta da una panchina sulla quale poggia lo zaino. prato verde e cielo blu

Se si chiama Sentiero dei Pittori sarà perché è pittoresco.
Facile.
Le definizioni di “pittoresco” sono diverse.
“Tutto ciò che, prestandosi ad una rappresentazione pittorica, è dotato di determinate qualità: varietà e un gradevole disordine.”
Più semplicemente “ciò che desta interesse o evoca emozioni estetiche, o comunque visive, per la presenza di elementi insoliti”

Emozioni visive.

Cosa ci fa un ipovedente in un sentiero che ha come peculiarità quella di essere bello da vedere?
Il residuo visivo che mi rimane mi permette di apprezzare i paesaggi. In ogni caso che quello che io veda sia la realtà o meno, rimane il fatto che mi piace, molto. E mi provoca emozioni fortissime.
Soprattutto perché quel paesaggio incorniciato tra le rocce, quelle colline verdi e dolci, quegli agglomerati di massi, me li sono guadagnati tutti. Con i miei passi. Incerti e pesanti. Uno a uno.
Ho salito e sceso tutte le migliaia di scalini, mi sono infilato in pertugi improbabili.
Mi sono chiesto, io stesso, come diavolo si fa a trovare la via migliore per penetrare tra le rocce e costruirci o scavarci scale e appigli.
Ho ammirato, col fiato corto e la pelle sudata, tutti quei panorami.
Alcuni di quelli si potevano raggiungere anche con pochi passi da un comodo parcheggio.
Al fianco di quegli sconosciuti che vedevano il mio stesso pittoresco, mi sentivo di avere un maggiore diritto.
Forse addirittura un bello superiore.
Ma ora so che il Sentiero dei Pittori non è emozionante solo per i panorami, ma per come li puoi conquistare, infilandoli come medaglie al collo, alle volte senza accorgertene, senza sapere che al prossimo scalino alzerai lo sguardo verso un nuovo orizzonte.
E’ stato un susseguirsi di sorprese.
Per gli alberi enormi, per il muschio verdissimo, per i corsi d’acqua, per il canto degli uccelli, per le rocce e le pietre, le radici e i rami, le foglie e gli aghi.
Sono stato io stesso una sorpresa.
Mi sono scoperto un cartografo moderno, un prudente esploratore e un avventuriero instancabile.
Ho scelto di dormire sotto la luna, perché la comodità del letto non è mai in una stanza grande come un’intera foresta.
Ho scelto di appendermi al cielo, affacciato sull’Elba e di sfidare la notte, io che non vedo le stelle.
Tutto questo non ha niente a che vedere con il pittoresco.
Ma con la fortuna che quel che rimane della vista mi permetta di andare a scovare questi istanti, quella libertà senza alcun pensiero che per una settimana e oltre 150 km mi ha portato dal fiume ai monti, dalle rocce ai torrenti e di nuovo al fiume.
Una vena blu che lievemente scorre dividendo i due versanti di una valle che sono andato a scoprire davvero da vicino.
Mi sono sentito fiero.
Per aver completato questa avventura senza alcun incidente.
Per un ipovedente che si scontra con i pali al ciglio della strada del proprio quartiere è come aver dimenticato, per il tempo di un viaggio, i propri limiti.
O forse, averli fatti talmente propri da superarli senza nemmeno accorgersene.
Rifletto ora, a posteriori, su tutto questo.
Ma i passi sono serviti soltanto a dimenticare.
A svuotare.
A essere un po’ antico.
Un corpo che cammina.
Soltanto cammina.
Con quel Tempo Lento che già 13 anni fa avevo imparato a misurare.
Con i piedi.

Testo anche in versione podcast

 

Ascolta il Podcast dalla quarta tappa

 

Vista dall' alto del fiume elba che come una vena blu taglia in diagonale la valle verde

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