Il futuro è adesso

So bene che in realtà l’allegria che trasmettevo ho smesso di trasmetterla da tanto, troppo, tempo. Non riuscire a sorridere e far sorridere gli altri anche davanti ai problemi è il rammarico più grande tra le cose che ho perso per strada. So bene che ho sempre tenuto troppo per me le difficoltà personali, cercando di portare solo sulle mie spalle il peso di una malattia difficilmente comprensibile agli occhi di chi ti vede normale. Una malattia con cui convivo da tanto ma che ancora fatico ad accettare. Perché è difficile far capire cosa significa essere ipovedente. Che è dura non riuscire più a riconoscere un volto a 2 metri o non avere idea di chi fosse dietro quel clacson che ti ha appena suonato per salutarti.

È sempre più difficile accettare ed adattarsi quando ti bussa alla porta e ti porta via ancora un altro pezzo di vista, quando il buio diventa più buio e le luci diventano più fastidiose.  È dura non sapere quando e come tornerà a bussarti la prossima volta. Ho accettato di rinunciare a un po’ di cose per cause di forza maggiore. Ho preso decisioni consapevoli, senza rimpianti, che mi hanno portato a rinunciarne ad altre che sono elementi principali della vita della maggior parte delle persone, ma non sono le mie. Ma sono ancora capace di fare la maggior parte delle cose e mi rendo conto che sto rinunciando a tante altre cose che posso fare e a libertà che posso ancora prendermi e per le quali sto cercando soluzioni sentendo l’obbligo di non rinunciarvi.

Perché vivere abbondantemente al di sotto dei propri limiti significa non vivere, vivere è spingersi fino ai limiti provando anche a superarli. Credo che gli aspetti più difficili da far comprendere agli altri siano fondamentalmente due:
– la differente concezione del tempo
– le diverse priorità e aspirazioni Il futuro
Per me non è cosa farò e cosa avrò tra dieci o vent’anni, ma è cosa farò domani o tra qualche mese.

Possedere cose materiali è una delle cose che mi suscita meno interesse e non è che io ritenga sbagliato che lo facciano gli altri, anzi, è giusto e sacrosanto che lo faccia chi ha voglia di costruire qualcosa di buono.
E io non ho voglia di costruire nulla, l’unica idea che oggi mi da sensazioni positive è la voglia e il desiderio di viaggiare, di vedere più cose possibili e di conoscere più culture e persone possibili, finché si può, per non avere rimpianti quando e se non potrò più farlo in autonomia.

Sento di essermi tirato fuori un po’ troppo presto dal mondo perdendo troppa curiosità, isolandomi troppo, trascurando vecchie amicizie, evitando nuove conoscenze, faticando a relazionarmi con gli altri e non riuscendo più a provare abbastanza emozioni o ad esprimere sentimenti.
Nella mia vita, in chi mi ha conosciuto sul serio, ho trovato sempre persone che hanno più stima e rispetto di me di quanta ne abbia io di me stesso. Ho passato gli ultimi 4 anni lavorando come mai per raggiungere una stabilità sia personale che familiare. Ho fatto valutazioni e scelte, nella maggior parte giuste. Ne sono pienamente soddisfatto e lo rifarei altre mille volte. Eppure vivo uno dei momenti più duri, ho passato gli ultimi mesi a fare a botte con me stesso e continuo a farlo ogni giorno. Forse alcune volte sono troppo duro con me, mi sarebbe piaciuto essere sempre una persona perfetta, ma la perfezione non esiste.
Ognuno è fatto a modo suo con pregi e difetti ma si può lavorare per tornare ad essere una persona migliore. Ci sto provando, anche se è faticoso, sto provando a ritrovare me stesso e a ritrovare anche solo un pezzo della voglia di vivere e di sorridere che avevo da ragazzino. E ho cominciato a farlo cominciando a condividere con gli altri un po’ di più le mie convinzioni, i miei pensieri e la mia visione delle cose. E se l’ho fatto poco in passato è per evitare di suscitare negli altri compassione e pena, perché avere un problema non è una vergogna ne significa essere inferiore a qualcuno, posso tranquillamente affermare di poter mettere le palle in testa a un’infinità di gente.

Danilo Ripoli

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