Goze: la vita in cammino delle donne cieche del Giappone

In Giappone, fino al 1977, esistevano donne cieche che attraversavano il paese a piedi cantando.
Non avevano una casa fissa. Cominciavano a otto anni. Smettevano solo quando morivano. Si chiamavano goze.
Ti racconto questa storia perché alla fine parla di te molto più di quanto pensi.
Nelle valli innevate della prefettura di Niigata, sulla costa occidentale del Giappone, è esistita per quasi quattro secoli una delle comunità più strane e bellissime che la storia giapponese abbia mai prodotto. Erano donne. Erano tutte cieche. E facevano il mestiere più duro che si possa immaginare.
Si chiamavano goze. La parola viene da una forma antica di rispetto femminile, mekura gozen, che significava semplicemente “rispettabile signora cieca”. Erano cantastorie itineranti che attraversavano a piedi le campagne del Giappone settentrionale per dieci, undici mesi all’anno, suonando lo shamisen, lo strumento a tre corde tipico del paese, e cantando ballate antiche di villaggio in villaggio in cambio di un pasto e di un letto per la notte.
Per capire chi erano, devi sapere come venivano scelte.
Nelle campagne giapponesi del periodo Edo, la cecità infantile era comune. La causa principale era la cataratta nei neonati e il morbillo nelle bambine piccole. La luce abbagliante della neve, riflettendo dieci mesi all’anno sulle pianure di Niigata, ne aumentava le probabilità. Una famiglia contadina, alla nascita di una bambina cieca, aveva due opzioni. La prima era tenerla in casa, dove sarebbe stata considerata per tutta la vita un peso, una bocca da sfamare che non avrebbe potuto lavorare i campi né sposarsi. La seconda era darla a una guilda di goze, perché la addestrasse.
Le bambine così affidate avevano in genere cinque, sei, otto anni. Venivano consegnate a una maestra goze, già anziana, che le portava nella sua casa di Takada, oggi parte della città di Joetsu, dove esistevano diciassette case di goze ufficialmente riconosciute. Lì, da quel giorno in poi, la bambina cieca cominciava a essere addestrata.
L’addestramento era brutale. La bambina doveva imparare a memoria, senza poter vedere uno spartito, l’intero repertorio: ballate lunghe centinaia di versi, melodie antiche, racconti di leggende che duravano ore intere. Doveva imparare a suonare lo shamisen con dita troppo piccole per le corde di adulto. Doveva imparare a camminare per chilometri tenendosi alla cintura della goze davanti, in fila, in mezzo alla neve, senza fermarsi.
C’era una bambina, all’inizio del Novecento, che si chiamava Haru Kobayashi. Era nata nel 1900 a Sanjo, in provincia di Niigata, in una famiglia di contadini relativamente ricca. A tre mesi divenne cieca a causa di una cataratta. La sua famiglia, quando capì che non avrebbe mai recuperato la vista, smise di chiamarla per nome. La chiamavano “mekurakko”, cieca, o ancora peggio “tochi”, una parola dispregiativa che si usava per i ciechi. Suo fratello maggiore, sedici anni più grande, le diceva spesso che a causa sua lui non avrebbe mai potuto sposarsi, perché avere una sorella cieca portava vergogna alla famiglia.
A cinque anni, fu data a una maestra goze di nome Fuji Higuchi.
A otto anni, nel 1908, partì per il suo primo viaggio. Suo zio le disse, prima di lasciarla andare, che se avesse fallito non doveva tornare a casa. Era un patto preciso: l’addestramento costava soldi, e se non fosse riuscita a diventare una vera goze, la famiglia avrebbe dovuto restituire le spese. A otto anni, una bambina cieca, sapeva che non aveva una casa a cui tornare se non funzionava.
Da quel momento in poi, Haru passò sessant’anni della sua vita camminando.
Le goze partivano in primavera. In gruppi di tre o quattro, ognuna tenendosi alla cintura di quella davanti, guidate sempre da una donna vedente, una “tezuki”, che apriva il passo. Camminavano sui sentieri di montagna, sotto la pioggia, sulla neve, con i sandali di paglia che si consumavano in cinque ore. Arrivavano in un villaggio. Si fermavano davanti a una porta. Cantavano. Se gli abitanti volevano ascoltare, le facevano entrare in casa, davano loro da mangiare, le facevano dormire sul pavimento, e ascoltavano le ballate per tutta la sera.
Le ballate erano lunghissime. Una sola, “Sanshōdayu”, durava quasi quattro ore. Raccontavano di una madre che cercava i figli rapiti, di principesse che si trasformavano in volpi, di amanti che si suicidavano per non separarsi. Storie che parlavano direttamente alla vita dei contadini, ai loro lutti, ai loro dolori, ai loro sogni.
Le goze erano accolte ovunque. Anche se erano cieche. Anche se erano sole. Anche se nelle gerarchie della società giapponese del tempo erano tre volte invisibili: donne, cieche, itineranti senza famiglia. Eppure i contadini, quando arrivavano, gli davano sempre da mangiare. Le facevano dormire al caldo. Davano loro qualche moneta o qualche misurino di riso. Le aspettavano, anno dopo anno, con la stessa precisione con cui aspettavano le rondini.
Perché?
Perché le goze portavano nelle case dei contadini qualcosa che nessun altro portava. Portavano canto. Portavano racconti. Portavano notizie da altri villaggi. Portavano la sensazione di essere, anche solo per una sera, parte di un mondo più grande della propria valle.
E portavano una cosa ancora più importante. Le goze rispettavano un codice etico durissimo. Era proibito sposarsi. Era proibito avere figli. Era proibito vivere con un uomo. Una goze che si innamorava e infrangeva queste regole veniva espulsa dalla guilda, e si chiamava “hanaregoze”, goze isolata. Senza la guilda, senza la fratellanza delle altre cieche, sarebbe quasi sicuramente finita in povertà o in prostituzione. Quindi le goze sceglievano di restare goze. Sceglievano la solitudine. Sceglievano la castità. Sceglievano il viaggio.
Vivevano in fratellanze femminili. Le case di Takada erano comunità di sole donne cieche, dove le anziane crescevano le bambine, e le bambine, quando le anziane invecchiavano, le accudivano. Era una forma di famiglia che non corrispondeva a nessuna nelle culture del mondo. Non era un convento. Non era un ordine religioso. Era una sorella anza professionale di donne che la società aveva escluso, e che avevano scelto di trasformare la propria esclusione in libertà.
Haru Kobayashi camminò così per settant’anni. Si rifiutò di sposarsi. Si rifiutò di lasciare la guilda. Attraversò a piedi la prefettura di Niigata, ma anche la Yamagata, e la Fukushima, e gran parte del nord-est del Giappone. Quando le strade furono asfaltate, continuò a camminare. Quando arrivò la radio, e i contadini cominciarono ad ascoltare la musica dagli altoparlanti, lei continuò a cantare. Quando le altre goze, una a una, morirono o si ritirarono, lei continuò a partire ogni primavera.
Si ritirò solo nel 1978, a settantotto anni. Era l’ultima goze in attività del Giappone. Quello stesso anno, il governo giapponese la dichiarò “Tesoro Nazionale Vivente”. L’anno successivo le diede la Medaglia d’Onore al Nastro Giallo.
orì il 25 aprile del 2005, a centocinque anni.
Sulla pietra del suo memoriale, a Niigata, c’è una sua frase incisa. È una frase che lei diceva spesso ai visitatori che andavano a trovarla negli ultimi anni della sua vita, nella casa di riposo in cui passò gli ultimi tempi. Tradotta dal giapponese suona così:
“Sono nata sfortunata. Ma ho passato la mia vita camminando, suonando, cantando. Adesso, guardando indietro, mi accorgo che era esattamente la vita giusta per me.”
Adesso fermati un momento.
Pensa alle volte in cui qualcuno, nella tua vita, ti ha guardata e ha pensato: poverina, è una sfortunata.
Magari per una malattia che hai. Per una solitudine che ti è capitata. Per un divorzio. Per una scelta professionale che gli altri considerano un fallimento. Per una vita che non somiglia a quella che gli altri si aspettavano da te. Per una passione strana che non porta soldi. Per una famiglia che non hai costruito come ti dicevano di costruire. Per il fatto che, a una certa età, sei ancora sola, o ancora senza figli, o ancora senza un percorso “regolare”.
Tutti, prima o poi, abbiamo qualcuno che ci guarda con quegli occhi compassionevoli da fuori. Chi sussurra “poverina” alle nostre spalle. Chi dice ai propri figli “guarda lei come sta, mai diventare come lei”. Chi ci tratta, quando entriamo in una stanza, come una cosa da gestire con delicatezza. Chi ci offre soluzioni a una vita che, secondo lei, è una sciagura.
Le goze, dalle case di Takada, ci stanno dicendo qualcosa di molto preciso. Che esiste un modo di essere “sfortunate” che non è una sfortuna. Che esistono vite che agli occhi degli altri sembrano cataclismi, e che dall’interno sono esattamente la forma di libertà che quella persona stava cercando senza saperlo. Che certe esclusioni sono porte aperte verso esistenze che chi ha avuto tutto regolare non potrà mai conoscere.
Haru Kobayashi era cieca, sola, senza famiglia, senza casa, senza marito. Camminò sotto la neve per settant’anni con un peso di venti chili in spalla, mangiando quello che le davano i contadini. Per la maggior parte di noi, sarebbe la descrizione di un inferno.
Per lei era esattamente la vita giusta. Lo disse fino in fondo. E forse aveva ragione lei, e tutti quelli che la guardavano con compassione hanno passato tutta la vita a non capire niente.
Forse il vero “segreto” delle goze, che le guide turistiche del Giappone non raccontano mai, è questo. Che certe vite considerate marginali, sfortunate, da compatire, sono in realtà delle libertà nascoste. E che chi ti sussurra “poverina” alle spalle, magari sta vivendo una prigione che la tua “sfortuna” non conosce.

Ho scritto un libro con diciannove storie di persone, italiane e giapponesi, le cui vite sembravano sfortunate dall’esterno, e che dall’interno erano esattamente la forma di libertà che cercavano.

Elena Giappone

LE CREPE SONO FATTE PER L’ORO” disponibile SOLO su Amazon.
Non è un libro sul Giappone. È un libro per chi è stanca di sentirsi dire “poverina” e ha bisogno di qualcuno che le ricordi che la sua vita, anche quella che a tutti sembra strana, può essere esattamente quella giusta per lei.

Articoli Correlati

Torino e Milano. Pace, Libri, Accessibilità e Follia

Si chiude al Parco ex paolo pini Ospedale Psichiatrico una settimana davvero folle. Iniziata in un contesto di Pace al Sermig – Arsenale della Pace il 12 Maggio 2025 con...

Dario Sorgato al Trento Film Festival

Da Trento Film Festival “Non si cammina con gli occhi, ma con i piedi.” È da questa consapevolezza che nasce “Guarda dove cammini. Passi condivisi sui sentieri del possibile”, il...

GUARDA DOVE CAMMINI. Torino

Camminare può essere un gesto d’amore. Dario lo sa. Da diversi anni ha messo a disposizione le sue capacità organizzative, la sua creatività e il suo tempo per organizzare viaggi...