Via degli Dei: quando un percorso sensoriale diventa percorso emozionale.

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Come un alchimista Nadia distilla le emozioni che la Via degli Dei ha suscitato. Lei ha la capacità di trasformare in parole quello che altri sentono e vivono. Essere ipovedenti è anche questo. Saper leggere e poi tradurre. Saper trasformare le sensazioni, veicolate dai sensi, in emozioni sentite con il cuore. 
E’ lei a chiedersi sarà mai possibile disegnarne una mappa emotiva? E dare delle risposte.  Toccanti.

Una settimana di trekking. 130 chilometri su e giù tra boschi, prati, sentieri stretti, strade sterrate, erba morbida e… fango. Sentieri di fango. Il fango che è terra, la stessa terra che ci sostiene e ci nutre, ma plasmata dall’acqua, che la bagna, la modella, la inonda. L’acqua che è metafora delle emozioni, quei movimenti così forti che ci animano, ci vivificano, ma possono anche – se fuori controllo – sconvolgerci, il che – forse –  non è sempre un male. E cosa c’è oltre quelle emozioni? Dove ci proiettano quelle pulsioni?

Sarà per tutta la melma in cui ci siamo immersi, per l’alternanza di discese e salite, sarà per i suoi tratti impervi, sarà per la danza di luce e buio, di pioggia e solleone, o sarà per la magia che sembra percorrerla ad ogni passo? Ora posso confermare che l’antica strada scoperta da Franco Santi e Cesare Agostini a cavallo tra Emilia e Toscana è diventata davvero un cammino emotivo, pieno di una Magia del tutto Umana.

E lo è non solo perché camminare in natura è un ottima occasione per guardarsi dentro e ascoltarsi profondamente, ma anche perché ogni persona che si incontra su quella strada, così come accade nella vita, è uno specchio di noi ed è lì per insegnarci qualcosa.

Se  è possibile tracciare un itinerario spazio-temporale di un cammino, sarà mai possibile disegnarne una mappa emotiva? Mi guardo dentro e ripercorro quei sentieri magici.

Entusiasmo
Letteralmente “Dio in Noi”. E’ la scintilla che ci anima di fronte alle nuove avventure, è quella fiamma sacra che ci attiva e ci dà energia per inventare e creare, per vivere. Prima della partenza era frenesia, eccitazione, trepidazione. Ho sentito accendersi quella fiamma  quando ho cominciato a prepararmi per il viaggio. Scaldava il cuore e riempiva il sorriso. Cosa metto nello zaino? Allenarsi, prepararsi, approntare il necessario e contagiare tutti con quel bel calore da scoperte imminenti.

L’ho sentita crescere dentro quella scintilla divina ogni volta che portavo avanti progetti che avvertivo miei, e anche stavolta ho deciso di accoglierlo,  l’ho nutrito, l’ho cantato e danzato in casa, intorno alla valigia non ancora chiusa. E l’ho ritrovato lungo il cammino, ad ogni risveglio, all’inizio di ogni giornata di viaggio. Era il nostro urlo “Yellow the world!” all’inizio di ogni tappa e in cima ai monti, era la determinazione per proseguire nonostante la fatica. Era l’entusiasmo che ritmava i passi vogliosi di Mirella, sempre più liberi, sempre più desiderosi – come direbbe Sharon – “di mangiarsi la montagna”.

Desiderio
Dal latino “de – sidus”: senza stelle, mancanza di stelle e dunque la voglia di portarsele addosso quelle stelle. In altri termini l’anelito appassionato ad avvicinarsi e avvicinare qualcosa di lontano. Come gli astri lassù.
Ed eccolo lì il desiderio. Bruno che chiede la descrizione di ogni panorama e ogni bosco. Annusare gli alberi e vederli col naso, immergersi nel biancospino che da macchia indefinita diventa un fiore da toccare e respirare. E se un lupo ha lasciato le sue impronte allora non basta guardarle se non le vedi. Inginocchiarsi a terra e appiccicare la faccia al sentiero e infine toccare quel solco sacro. Il desiderio di conoscere le storie e ascoltare i racconti di qualcuno che ha attraversato continenti e vite sconosciuti. Ma il desiderio è prima di tutto mancanza: “Lo vedi l’arcobaleno? Laggiù!” Per un attimo ripenso alla malinconia di certi acquerelli di Monet, sento una lacrima silenziosa che scava dentro e poi una parola, un sorriso, un sospiro di beatitudine di qualcuno che sta fissando i sette colori dell’iride e te li restituisce a voce. Desidero e respiro. E per qualcosa che non vediamo, c’è sempre qualcos’altro che balza all’occhio. O all’orecchio, al naso, alle mani. All’anima. Non è uguale. Ma è.

Paura
Luce. Troppa luce. Non c’è più alcuna profondità. Non c’è una linea sicura e la prospettiva si appiattisce. Che sia roccia o buco sul sentiero, non lo vedo più. Punto i piedi. “Fango, stai a destra, si sale, è ripido. Sasso. fango, c’è una radice, attenta che si scivola”. Ascolto le indicazioni, ma non è abbastanza. Qualcosa mi frana dentro. Intravedo il vuoto accanto al sentiero. Forse lo sento. Perchè il vuoto lo senti se non lo vedi. E fa paura. Il battito accelera, sudo freddo, tremo un po’ e le gambe si muovono a fatica.

Un groviglio di paure. Paura di ruzzolare e farsi male. Paura di non farcela. Paura di non essere all’altezza. Senso di inadeguatezza. Paura del giudizio altrui. A volte non è tanto il “Cosa accadrà se cado?” Ma piuttosto il “Cosa penseranno gli altri se non ce la faccio?”. Ma la montagna è severa, ti obbliga a fare silenzio, a pensare solo ai piedi, alle caviglie e alle ginocchia. Ti trascina nella sua danza e non c’è altra scelta: occorre sentire. Paura compresa. Respiro. Ascolto anche il terrore. Mi sta dicendo qualcosa. Mi sta insegnando a fare silenzio, a zittire i pensieri e ascoltare i piedi. Sta lì il coraggio che è l’altra faccia della paura. Il coraggio insegna a chiedere aiuto, a lasciarsi guidare se necessario, a patto che siamo noi a capire e comunicare di quale aiuto abbiamo bisogno.

Lealtà
E’ nei momenti più difficili che scopri di non essere sola e di poter contare sugli altri. E’ quando chiedi aiuto e apri il tuo spazio, che qualcuno può dimostrarti che è lì per te. Così con la natura e la terra del sentiero, così coi compagni di viaggio. Un gruppo, un tutto che è molto di più della somma delle sue parti. Il gruppo sostiene, protegge, arricchisce e distende. Quando senti crescere la paura, puoi procedere un po’ più facilmente  se sai che qualcuno ti è accanto. E ogni volta che qualcuno raggiunge un traguardo, che sia la salita che non pensava di poter affrontare, o che sia solo un sospiro di gioia, quello diventa una vittoria per l’intero gruppo. Era così tra noi. Se dovessi definire un suono per la lealtà, sarebbe il coro dei compagni che mi accoglie con calore dopo una scivolata più comica che dolorosa. O forse sarebbe il suono dei passi di Igino e Bruno dietro di me, che mi fa sentire protetta mentre mi arrampico.

Poi c’è una lealtà speciale, quella tra donne. E’ una lealtà che si avverte quando ti ritrovi a contatto e senti che la vicinanza è così intima che basta una parola, in una camera d’albergo o sotto la Luna, per mostrarsi un po’ più nude, più vere, più fragili. Ed è lì, nel momento in cui ti scopri e ti lasci scoprire nella tua vulnerabilità, che si apre una confidenza, una condivisione, un abbraccio leale e intimo, su cui senti che potrai contare lungo il tuo cammino. E allora giù la maschera, perchè andrà tutto bene.

Speranza
Quando tutti i mali dell’umanità uscirono dal vaso di Pandora Zeus fece in modo che Elpis,  l’ultima Dea, Speranza appunto, restasse al fianco dei mortali. L’origine della parola Speranza valica il latino e arriva alla radice sanscrita “spa” che significa tendere verso una meta. E’ credere nel cambiamento possibile, nella conclusione positiva di un’impresa,nella possibilità concreta del successo. Ha molto a che fare con un atteggiamento mentale positivo che nutre la fiducia in noi stessi, in chi ci circonda (la lealtà di cui sopra) e la fede in qualcosa che va ben al di là di noi, che sia Dio o l’Universo o porti altro nome.

E’ questo il dono più grande di ogni passo posato sulla Via degli Dei.

La fiducia di potercela fare, la netta sensazione che col sostegno della Terra e in armonia con noi stessi e chi ci circonda, ogni sogno può realizzarsi. Davvero possiamo credere in ogni proposito che prende le mosse da un desiderio bruciante e si alimenta della consapevolezza che a fare la differenza è sempre ciò che possiamo dare, e non quel che possiamo ricevere.

Amore
Platone diceva che contemplare la bellezza è un passo necessario per arrivare all’Amore. La Via degli Dei offre bellezza e meraviglia ad ogni passo, e non manca una vetta intitolata a Venere. Ma credo sarebbe stato riduttivo confinare Eros su un valico o su un monte. Eros percorre quella via insieme a chi la scopre e la apprezza. Dall’anelito vitale, dalla scintilla, dalla sensazione di essere parte di un tutto, si propaga quell’energia che è legge dell’l’Universo.

Dalla fiducia e dal respiro nasce la forza di accogliere la sfida delle proprie ombre e di quelle altrui. La terra sostiene chi si accoglie e accoglie l’altro, il nostro specchio, nel silenzio. E se c’è riconciliazione con le ombre, anche la luce è più calda.

Oltre la libertà
Quando ritrovi il centro di te, la tua scintilla, quando respiri il tuo potenziale e lo metti a disposizione di chi è con te, quando senti quello che puoi creare, allora ritrovi  quel senso di libertà che a volte i doveri e il quotidiano sembra toglierci. Quando respiri e senti che sei libero di essere ciò che senti, allora arriva il momento di prendersi anche la responsabilità di quella fiamma.
E’ una fiamma che nasce da ognuno, un filo di luce gialla che collega chi si ritrova unito nel cammino, e nella fede di un sogno che può realizzarsi.

Questo vorrei fermare in me e condividere con voi che leggete.

Il filo giallo di una luce contagiosa, che è la libertà di esplodere il proprio potenziale, insieme agli altri, ma che deve rimanere un tesoro prezioso da condividere, nutrire, proteggere e far crescere.

 

E agli Dei piacendo, il sogno – giallo – continua.

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